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Quando dico che sono stanca non mi crede nessuno. Forse perché non ho un lavoro fisso da dodici ore al giorno, o non ho dei figli a cui correrr dietro. Ogni volta mi rimproverano o addirittura mi scherniscono.
Eppure io lo giuro su quello che ho di più caro al mondo. Io sono stanca. In tutti i sansi, lati e spigoli del mio corpo e della mia testa. Sono stanca. Scusatemi tanto, so che non dovrei, ma non posso farci niente.

Eccola. Era da tempo che non veniva a trovarmi. Ha bussato dolcemente con una domanda, lieve e innocente. Colpa mia. Non ho saputo risonoscere l’alito fetido che trapelava dalle fessure dei suoi denti serrati. Ho aperto e lei è entrata. Prima in gola, chiudendola in una morsa ferrea e calda, così calda da congelarla. E poi la vista. Annebbiata come in una qualsiasi mattinata di un qualsiasi novembre di una qualsiasi città. Il cuore e la testa, unica occasione di complicità, hanno preso a pulsare frenetici, come a volersi fare spazio tra l’ammasso di inutili carni che li divideva, per stringersi l’un l’altro e farsi forza.